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Posta all’estremità del villaggio, la cappella del Grand-Rosier si caratterizza per la facciata ornata da delicate pitture, protette dal forte aggetto del tetto. Nei pressi dell’ingresso, in esterno, è inserita nel muro un’acquasantiera in pietra ollare, materiale estratto non molto lontano, sopra i villaggi del Rosier, presso la miniera della Cleyva. Architravi e piedritti della finestra e della porta recano numerose incisioni. La cappella venne costruita a metà del quinto decennio del XVII secolo: risultava infatti «de nouveau édifiée» ma non ancora benedetta il 3 maggio 1647 quando Domeyne Du Crest, originario di Ronco in Valsoana e marito di Marguerite figlia di Grat Vallet, istituì un legato del valore di uno scudo per una messa da celebrarsi nella cappella il mercoledì delle Rogazioni, giorno in cui la processione, che partiva dalla chiesa parrocchiale, arrivava al villaggio del Grand-Rosier e lì, grazie alla costruzione della nuova cappella, poteva concludersi degnamente con la celebrazione della messa in un luogo adatto. All’inizio del secolo successivo, nel 1704, essa risultava essere già stata ricostruita e dedicata a san Pietro in Vincoli. Nel 1713 viene invece menzionata con un’intitolazione a san Rocco che permane negli anni successivi. Nei verbali di visita pastorale del 1728, del 1745 e nell’État de la Paroisse del 1786 il piccolo edificio sacro viene sempre descritto in buone condizioni e il suo mantenimento risultava a carico degli abitanti del villaggio. A quella data, in particolare, essa custodiva al suo interno gli arredi e le suppellettili necessarie alla liturgia, tutti in buono stato: una campana piccola, un calice con la coppa d’argento e il piede di ottone, una patena di rame dorato, una pianeta, un messale romano, il crocifisso, un quadro, i candelieri, le ampolle e quattro tovaglie. La cappella fu poi oggetto di importanti lavori nel corso del secolo successivo, tra cui il rifacimento del tetto testimoniato dalla data 1822 riportata sul trave di colmo (sostituito poi nel 1978 in occasione di un successivo rifacimento). Verosimilmente nella seconda metà del secolo il pittore Antonio Sogno, originario di Camandona, realizzò la delicata decorazione in facciata raffigurante la Madonna con il Bambino e i santi Nicola, patrono della parrocchia, e Grato, patrono della Diocesi. Al medesimo pittore si deve la decorazione interna delle volte con motivi fogliacei e candelabre e i due medaglioni raffiguranti sant’Antonio abate e san Giovanni Battista dipinti nelle due lunette lungo la parete destra dell’aula e del coro. L’insieme della decorazione dominata dai toni del rosa, particolarmente amati dal pittore canavesano, associati alle delicate roselline che ornano il riquadro della facciata sembrano fare poetico riferimento al nome del fiore, a quello del colore e a quello della frazione. Degno di nota è inoltre, analogamente alla cappella di Salleret, la presenza lungo tutto il perimetro interno di un cornicione aggettante che induce a concentrare lo sguardo sull’altare posto nel presbiterio. Quest’ultimo, in legno dipinto a finti marmi, fu realizzato dallo scultore valsesiano Giacomo Molino nel 1857. Ai lati sono collocate due edicole, in realtà incongruenti con l’altare, in una delle quali, quella di sinistra, era collocata una statuetta a mezzo busto della Vergine con il Bambino realizzata in cartapesta pressata e dipinta, incollata su una tavoletta di legno esemplata su modelli di inizio Cinquecento. Alla cappella appartengono due sculture raffiguranti i santi Rocco e Giuseppe, databili tra XVIII e XIX secolo, ora esposte nel museo della chiesa parrocchiale.
TESTO TRATTO DAL VOLUME “BORDON R., TESORI DI FEDE A CHAMPORCHER, AOSTA 2015”. Tutti i diritti riservati.





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